Mercoledì: traduzioni e revisione

Buongiorno, laboratorianti!

Oggi parliamo di revisione e di traduzione.


Non parleremo di editing, infatti, perché sulla traduzione di un testo non si fa editing, ma si applica una revisione di traduzione (o una cura redazionale).

Partiamo dal principio, e prendiamo una situazione tipo.


Siamo in una redazione e ci arriva un testo inglese, un fantasy che in Gran Bretagna ha avuto parecchio successo. Dopo un’asta duratura settimane (sì, i diritti a volte si acquistano all’asta) la nostra CE ha ottenuto il libro. Benissimo. Si invia il testo al traduttore che, speriamo, è una persona preparata. Dopo due mesi, c’è il malloppo sulla nostra scrivania – meglio nella nostra mail. Tocca a noi, dobbiamo revisionare la traduzione. Attenzione, rileggete: revisionare la traduzione. Non il libro, sia chiaro.


E qui siamo al punto: non si svolge alcun editing su un testo tradotto. Si fa una revisione della traduzione effettuata, non del testo. Se l’idea di far morire la protagonista a metà libro non ci piace non possediamo farci assolutamente nulla: dobbiamo solo assicurarci che la traduzione sia stata fatta bene e, dove è il caso, sistemare il fraseggio o i modi di dire.

Innanzitutto, quindi, dobbiamo conoscere estremamente bene le due lingue (di partenza e di arrivo). Avere di fronte il testo originale e la traduzione e comparare il lavoro.

Nostro compito sarà quindi quello di assicurarci che tutto sia espresso nella maniera corretta.


Facciamo qualche esempio pratico.


Modi di dire. Proprio nel romanzo che stiamo editando per il LAB ci sono alcuni modi di dire inglesi. Uno tra questi mi ha fatto molto ridere (lo avevo sentito in una serie tv) ed è Bob’s your uncle. Letteralmente significa: Bob è tuo zio. Il che non ci porta a nulla. A Londra, invece, si utilizza con la valenza di “ed è fatta!” ad esempio: “accendi la macchina, ingrana la prima ed è fatta!” o anche con la valenza di “il gioco è fatto!” o anche “è semplice!” e può essere usato sia sulla scia positiva (es. della macchina) sia su quella negativa (es. del nostro testo). Nella revisione di traduzione dobbiamo tenere conto di queste sfumature che solo sfumature non sono.


Termini inventati o giochi di parole. Oltre ai modi di dire, anche i giochi di parole o i termini inventati devono essere trasportati nella traduzione al meglio possibile. Prendiamo l’emblematico “Tassorosso” di Harry Potter che nella prima traduzione (e mi pare anche nelle ultime, ma non ce le ho) era diventato “Tassofrasso”. A parere mio, un obbrobrio. Oppure lo stesso “Silente” da “Dumbledore” (e qui si potrebbe aprire una diatriba perché la parola “silente” ha un significato specifico in italiano mentre “dumbledore” è più sul “resistente/stoico” come intenzione dell’autrice). Dunque, sono grandi responsabilità ed è per questo che le scelte più importanti vengono spesso prese in gruppo nella redazione.


Poi c’è la punteggiatura che nelle lingue di partenza ha ruolo diverso rispetto a quelle di arrivo e può essere che al traduttore sia scappato qualcosa. Ovviamente anche i refusi.


C’è anche la scelta del lessico e del registro. Mettiamo il caso che il traduttore o la traduttrice abbiano tradotto “She took him by the hand” con “lei lo ha preso per mano”. Okay, fin qui tutto bene. Ma vediamo il paragrafo completo.


She had seen it and thought: it’s beautiful. She approached him. She took him by the hand.


Letteralmente: Lei lo aveva visto e pensato: è bellissimo. Lei lo ha approcciato. Lei lo ha preso per mano.


È chiaro che non possiamo assolutamente presentare un testo in questo modo perché l’italiano ha regole differenti. Mettiamo che il traduttore abbia cavato fuori questa frase:


“Lei lo aveva visto e aveva pensato: è bellissimo. Lo aveva approcciato e preso per mano.”


Meglio, ma c’è ancora qualcosa che non va. Potremmo sistemare così:


“Lo aveva visto e aveva pensato: è bellissimo. Si era avvicinata e lo aveva preso per mano”.


Ecco. Ovviamente queste modifiche dovrebbero capitare molto di rado (essendo il traduttore preparato).


***

Vorrei riprendere nello specifico la domanda di Alessandra: fino a che punto è utile analizzare ai fini dello studio personale come editor gli aspetti linguistici di un testo tradotto? Premetto che leggo molto in lingua originale, per cui i testi in lingua li considero utili da “studiare” dal punto di vista strutturale (trama, personaggi...).


Allora, a livello di studio personale come editor tutto (tutto) vale la pena dello sforzo. È chiaro che leggere in lingua avvantaggia moltissimo (fatelo, se potete; se potete, studiate una lingua!) sia in termini di innovazione sia per valutare il panorama editoriale. In generale, leggere le riviste letterarie estere (LitHub e il The New Yorker sono le mie preferite) o informarsi sulle uscite dei big mondiali (come Penguin RH, Harper Collins, Macmillan ecc.) vi avvantaggia su tutto il panorama. Inoltre, lo studio delle traduzioni e delle revisioni vi fornisce un punto più, chiamiamolo così, nel CV per lavorare con le Case Editrici – che sappiamo bene essere sempre più “fuori” il contesto nostro.

Gli aspetti linguistici sono importanti nelle traduzioni, certo, ma anche nei libri in lingua italiana. Vedete come anche in questo romanzo ci siano riferimenti allo slang londinese? In quanti testi ci sono riferimenti alla cultura americana, cinese, giapponese, olandese... e via dicendo. La lingua è uno degli elementi fondanti della cultura e delle persone che la abitano; quindi, è importante conoscere quegli aspetti linguistici (e sociali) che stanno guadagnando terreno nelle nostre grammatiche, nei dizionari e nella vita di tutti i giorni.


Bene, ecco qui.

Spero di essere stata esaustiva, ma come sempre se avete domande o suggerimenti per i prossimi approfondimenti scrivetemi una mail!

A domani con il confronto dell’autrice!

Un abbraccio

G.