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La formazione dell'editor
19/12/21

Rieccoci qui. Dopo una settimana piena di lavoro (le consegne entro Natale distruggono letteralmente la vita dell'editor!), sono tornata a pensare ai nuovi progetti per il 2022. In realtà, per ora me ne sto in silenzio, buona buona, perché sono superstiziosa come poch*, quindi meglio non approfondire. Ma pensando a quello di cui abbiamo parlato nell'ultimo mese (con la lezione aperta e il laboratorio di editing) mi è venuto in mente un argomento che avevo già abbozzato nel freebie sul lavoro editoriale. 

 

Nella parte della “formazione”, in cui ho parlato dei libri di studio per l'editor ho dato un indizio su quella che è stata la mia formazione iniziale. 

Sapete che sono stata accompagnata per un anno nello studio e indirizzata ai testi da leggere e digerire. Ma quelli, i libri “di studio”, sono stati in realtà una parte ridotta della formazione. 

 

Ho letto i classici e ho analizzato la scrittura stilando delle vere e proprie valutazioni editoriali ai più grandi scrittori degli ultimi secoli. Da Virginia Woolf a Lev Tolstòj; da Natalia Ginzburg a Jack London. 

 

Sotto, un'immagine esplicativa della mia edizione 1993 di Cime tempestose (ai deboli di cuore l'immagine della pagina “pasticciata” potrebbe arrecare danni, io ve l'ho detto).

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­Ecco, più o meno così su tutte le edizioni che avevo disponibili all'epoca. Non vi dico la fatica. Però, è in questo modo che ho imparato ad analizzare passo per passo un testo ben costruito e a capire in che modo era stato pensato.

 

Questo tipo di approccio è utilissimo per entrambe le parti: chi scrive e chi edita. Perché entrambe le parti devono capire come funzionano le storie, l'una per scriverle e l'altra per correggerle.

 

Dopodiché, scrivevo pagine su pagine per estrapolare il succo della trama, dello stile, della scrittura, di tutto. Potrei pubblicare qualche edizione critica, prima o poi 😅

 

Ecco a cosa mi riferivo nel freebie. Oltre ai libri e alla formazione “frontale” c'è questo: lo studio sul campo. Potete scegliere qualsiasi testo, da quelli che ritenete “brutti” ai capolavori, e cercare di capire il perché dell'una o dell'altra opinione.

 

Ci proverete? O magari lo avete già fatto?

Fatemelo sapere, mi fa sempre piacere ascoltare le vostre storie. 

 

Alla prossima,

Gloria 

Rileggersi e riscriversi
24/12/21

Dopo aver parlato nella precedente mail dei trucchi per “studiare i romanzi”, con foto esplicativa della tortura perpetrata ai danni della mia povera e vecchia edizione di Cime tempestose – in questa mail vorrei regalarti due spunti più pratici per interpretare la scrittura.

 

Se sei da queste parti da più tempo, saprai che ho iniziato a lavorare come editor dopo uno scambio di opinioni (nel quale io non ero neanche coinvolta) su un libro: da una parte c'era un'opinione positiva, dall'altra una decisamente negativa. Quello scambio, oltre ad accendere in me la scintilla della curiosità, mi ha anche portata a voler conoscere sempre di più i libri o, meglio, le storie. 

 

In allegato a questa mail troverai un documento con due consigli per lavorare i romanzi, ovvero per torturare i libri e far loro svelare i più piccoli segreti. 

 

Nonostante io sia una patita di questa, chiamiamola così, procedura, devo anche ricordare una cosa importante: le storie non hanno bisogno di essere studiate per essere grandi. Anzi, meno sappiamo e meglio è, da un certo punto di vista, perché meno sappiamo e più godiamo l'avventura. 

 

Eppure. 

 

Eppure, più sappiamo, più capiamo, più saremo in grado di scrivere e lavorare sui testi – da scrittori, da editor, da recensori, da book blogger, da correttori di bozze e chi più ne ha più ne metta. 

 

Spero tanto ti sarà utile. 

Nel frattempo: cari, carissimi auguri di buone feste. 

 

Un abbraccio 💕

Gloria 

Editing?
28/12/21

Grazie per essere qui. Vorrei raccontarti questa breve, brevissima storia. Alla fine di questa mail troverai l'esempio di editing della prova che ho sottoposto agli aspiranti editor per la seconda edizione dei Racconti della Bussola. 

 

Prima, però, vorrei parlarti un po' dell'editing e di come ho intrapreso questa strada, se ti va di leggermi. 

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Dopo il diploma in Scienze Umane (che, ti dirò, è stata una scelta rivelatasi utilissima nel mio lavoro), mi sono iscritta alla facoltà di Giurisprudenza. Un anno, per dirla bene, letteralmente buttato. Studiavo, leggevo poco, studiavo ancora, leggevo libri che non mi interessavano, che non mi appassionavano. Non andavo male, perché lo studio mi è sempre piaciuto, ma non ero felice. 

 

Mi trovavo a un tavolo nel cortile dell'università (la centrale, a Pavia). Due ragazzi stavano animatamente discutendo di un libro. Avevano idee contrastanti, in merito. In parole semplici: a uno di loro piaceva molto e all'altro per niente. 

Quella discussione così accalorata mi affascinò oltre misura: volevo avere anche io un'opinione. I ragazzi erano nel mio stesso “gruppo di studio”, ma non ci parlavamo molto. Chiesi il titolo del libro (che non ricordo più, purtroppo) e lo stesso giorno andai alla Civetta (si chiamava così, all'epoca, la Feltrinelli di Pavia) per comprarlo. 

 

Diciotto euro, per un'universitaria, non erano spiccioli. Lo lessi tutto d'un fiato, tra la lezione del mattino e il pullman di ritorno. Era breve. E, sì: era brutto davvero. Per una serie di motivi che appuntai nel quaderno di Diritto Romano. 

 

Da quel giorno, i libri che compravo appositamente per valutarli divennero sempre più; più di quelli di studio. Avevo sempre letto, mi piaceva farlo, ma non così. In quel periodo compravo libri volutamente brutti, o che mi sembravano tali. Ogni tanto ci azzeccavo, ogni tanto trovavo perle di rara bellezza. 

 

Alla fine dell'anno, senza dare tutti gli esami, lasciai la facoltà di Giurisprudenza. Iniziai a studiare le valutazioni editoriali (nel sito della Fondazione Mondadori, dapprima), e poi incontrai una persona che io definisco sempre un “professionista in pensione” con trentennale esperienza nel campo editoriale. 

Non vuole mai essere citato, quindi non lo farò. Ma so che mi legge, e lo ringrazio.

Mi insegnò tanto e mi avviò alla gavetta.

 

Iniziai correggendo articoli su tende da sole per 17 centesimi a cartella. Una miseria: ero, però, fortunata, non avevo bisogno di lavorare (non all'epoca, almeno) ed ebbi tempo per studiare. Molto. Moltissimo. 

 

Poi incontrai il primo autore che credette in me: editai il suo romanzo (la storia di una famiglia in un borgo calabrese). Gli piacqui. Gli piacque il mio lavoro, le mie considerazioni, i suggerimenti. Aprii la partita iva, così, con un solo autore che aveva creduto in me, dopo quasi due anni di studio matto e disperatissimo, e incontrai altre persone e altre ancora, e iniziai. Ho lavorato tanto, e sono stata fortunata.

 

Ma non ho mai dimenticato quel primo giorno di vorace voglia di confronto: perché quel libro aveva riscosso opinioni così diverse? E perché io lo avevo considerato brutto?

 

Ecco, in questa domanda sta molto, moltissimo, del mio mestiere: saper giudicare, con obiettività, la bontà di un libro.

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Editing: che cosa succede al romanzo?

Che cosa farai al mio romanzo? ­

Questa è la domanda che gli autori e le autrici mi pongono più spesso. E la risposta è, almeno apparentemente, semplice: tutto.

Davvero, tutto quello che posso fare per migliorarlo. L'editing viene spesso confuso con la correzione di bozze, soprattutto dai neofiti. Attenzione: sono interventi totalmente diversi (e ugualmente importanti). 

Se, da un lato, la correzione di bozze si concentra sui refusi, sugli errori grammaticali, di sintassi, di punteggiatura, ortografici e di coerenza formale; dall'altro l'editing guarda al contenuto, alla caratterizzazione, alla credibilità, alla coerenza del mondo fittizio o reale, alla struttura narrativa, all'atmosfera, alla voce narrante e a tutti gli elementi che compongono (o dovrebbero comporre) un buon libro. 

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Il lavoro editoriale è un mestiere d'arte, certo, di gusto, assolutamente sì, ma anche di tecnica. L'editing lavora sullo stile dell'autore, sulla sua riconoscibilità in mezzo a fiumi di altri libri; sull'originalità dei contenuti, sulla riuscita della storia. 

E ancora: il confronto con l'autore, le chiamate infinite, le discussioni su una virgola, la consapevolezza che il libro non sarà mai diverso da come lo desidera l'autore, ché l'ultima parola è sempre sua. Per questo, sostituirsi all'autore è una follia, è presuntuoso e pure sgarbato. Il potenziale dell'autore deve emergere, non il nostro. 

Chi sono i personaggi?
4/01/22

Oggi parliamo di personaggi con la frase di apertura di Stephen King che è una delle più vere. “Buttate ciò che vi piace”, un consiglio vecchio e sempreverde che vale sia per chi scrive sia per chi edita. Ma partiamo dall'inizio. 

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Chi è il personaggio? 

 

Sembra proprio una domanda banale, eppure capita spesso che chi scrive confonda il ruolo dei personaggi con quello delle persone. Attenzione. I personaggi non sono persone vere, non sono le persone che ci circondano nella vita. I personaggi devono vivere, sì, respirare, sì, ma sulla carta. E sulla carta, con l'inchiostro, le regole sono diverse da quelle della vita. La vita è reale, la scrittura è vera. Si tratta di una differenza sottile di cui ho parlato nell'ultimo post sulle “Idee per scrivere" su Instagram. Se nella vita reale noi possiamo essere tristi senza motivo e non giustificarci con nessuno, ad esempio, sulla carta, con i personaggi veri noi dobbiamo trovare la verità di quella tristezza, scavarla, farla percepire. Non basta dire “era triste”. Il fatto che fosse triste è una realtà; ma il perché è una verità.

 

Questa è la prima cosa da ricordare quando si parla di personaggi. 

Adesso parliamo di motivazione e conflitto che caratterizzano i protagonisti veri. 

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La motivazione e il conflitto​

Che cosa muove il protagonista? Di che cosa ha paura? Di che cosa è appassionato? Ed è innamorato? Di chi? Perché? Che cosa ricorda della sua infanzia? E perché? Che lavoro fa? Chi sono i suoi genitori? Ha mai…

 

E mille altre domande. Quando scrivete dei vostri personaggi (protagonisti) dovete farli accomodare sul lettino dello psichiatra (che siete voi) e porre loro delle domande. Nella vostra testa tutto deve essere chiaro anche se quel dettaglio (ad esempio che al vostro personaggio piace la cioccolata o che ha paura delle cimici) non sarà mai rivelato. Questo significa creare personaggi veri sulla carta. L'elemento fondamentale è la motivazione legato sempre al conflitto di cui parlerò tra poco. 

 

La motivazione del personaggio è quella cosa che guida i suoi pensieri, le sue azioni, i suoi comportamenti e – in generale – la storia. Perché fa quello che fa? Che cosa lo spinge a compiere quelle azioni? Nel romanzo che ho consegnato alle laboratorianti LABussola la motivazione della protagonista è l'amore. Banale? No. Perché da che si narrano storie tutte le motivazioni sono riconducibili a questi tre grandi gruppi:

 

  1. L'amore (in tutte le sue forme compresa l'amicizia)

  2. Il riscatto (dal passato, dal presente, per conto di altri ecc. compresa la vendetta)

  3. L'odio (in tutte le sue forme, compresa l'invidia, la gelosia ecc.)

 

Nominiamo qualche romanzo…

 

Cime tempestose (amore-odio)

Jane Eyre (amore)

Il conte di Montecristo (riscatto)

Harry Potter (amore-riscatto)

Il barone rampante (riscatto)

Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop (amore)

Il ritratto di Dorian Gray (riscatto)

Il buio oltre la siepe (riscatto)

Il giardino segreto (riscatto-amore)

La fattoria degli animali (odio-riscatto)

Quel che resta del giorno (riscatto-amore)

Follia (amore-odio)

Espiazione (odio-riscatto)

 

… e potremo andare avanti. 

Dunque, le motivazioni sono sempre le stesse, cambia però il modo in cui queste motivazioni muovono la storia: il conflitto.

Il conflitto del protagonista è l'ostacolo (esterno e interno) che impedisce di raggiungere il desiderio (ciò che il protagonista vuole e che rincorre attraverso la motivazione, appunto). Jane Eyre vorrebbe essere accettata e amata e il conflitto principale è la sua posizione sociale (c'è anche del riscatto, dunque); perciò un conflitto esterno e interno contemporaneamente. 

 

Senza conflitto non c'è storia. Senza l'ostacolo, l'impedimento, il problema nessuno si muove, nulla va avanti. Credo sia anche una lezione di vita. 

 

Chi scrive e chi edita deve sempre ricordarlo. 

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Quali sono i problemi più grandi che riscontri mentre scrivi/editi i personaggi?

 

Se vuoi rispondere a questa mail, mi farà molto piacere. 

A presto!

Gloria

Q&A
04/02/22

Buongiorno e buon martedì!

 

Come sapete se mi seguite un po’ in giro per la lande di internet, a gennaio è partita la prima edizione del Laboratorio di Editing LABussola. Durante queste prime tre settimane, tra un incontro e l’altro, ho scritto per le laboratorianti dei contenuti extra su editing, scrittura e organizzazione freelance. Ho parlato del self su Amazon, dei personaggi, della collaborazione e dei testi più interessanti da studiare approfondire. 

 

Anche a voi che mi seguite qui vorrei riproporre l’argomento delle domande che l'autor* fa all’editor. Sono molte e quasi sempre dipendono dal tipo di romanzo sul quale si lavora, ma spero possano esservi utili. 

Eccole qui. 

 

Autor*: Secondo te dovrei autopubblicare o inviarlo alle Case Editrici?

Editor: Questa domanda è la più classica ora che l’autopubblicazione è davvero a portata di tutt*. La risposta dipende dal tipo di testo che avete di fronte. Per poter dare un’opinione il più possibile corretta dovrete, anzitutto, conoscere il mercato. E quindi studiare le uscite, le CE, il mercato self eccetera. Dopo, considerare il romanzo: è di genere? Magari è un romance? Magari molte CE hanno già pubblicato qualcosa di simile o lo hanno nei cataloghi quindi conviene un self? Magari una CE, invece, cerca proprio quel testo o potrebbe essere una sfida interessante? E poi; l’autor* è pront* a investire soldi e tempo nel self? Che budget ha? Qual è la sua capacità promozionale? Può farcela?

Sono domande che vanno poste a chi scrive, ovviamente, e noi possiamo solo consigliare in maniera oggettiva le varie opzioni e possibilità. Se, ad esempio, una ragazza esordiente, magari con un buon seguito social o con un budget buono o magari una professionista freelance scrive un libro-guida su un argomento specifico o un’autofiction, allora sarà più probabile che la indirizzi verso il self. Perché? Be’, facendo qualche conto: ha un pubblico, il testo interessa alla sua nicchia, la sua storia potrò essere utile a chi già la segue, e magari ha le capacità di marketing adatte a promuovere.

Se invece una donna scrive un romanzo di narrativa bianca, non ha contatti social, fa una carriera completamente diversa dalla scrittura o dalla comunicazione e non ha tempo materiale da investire, allora è più probabile che le consigli di provare con le CE. La risposta, dunque, ancora è: dipende.


A: Che ne pensi delle agenzie letterarie?

E: Che sono poche quelle che lavorano seriamente. O meglio: la maggior parte ha una scuderia collaudata di scrittori e per il resto campa con schede di valutazione che al 99% dei casi non poteranno a un contratto di rappresentanza. Dunque, intanto c’è da capire che testo abbiamo tra le mani (questo è il punto fermo per ogni risposta alle domande di chi scrive) e poi studiare, anche qui (secondo punto fermo), le agenzie letterarie che propongono o hanno in scuderia testi o autori di quel genere e che lavorano con editori che lo pubblicano. Quindi, capire se l’autore o l’autrice vogliono passare per una scheda o diretti alla richiesta di rappresentanza (le agenzie che hanno l’invio gratuito si contano sulle dita di una mano), e muoversi di conseguenza. Ovviamente, bisogna sapere anche come funzionano le agenzie. Ne ho parlato spesso su IG e sul blog. Da lì, spiegare tutto all’autor*. Deciderà da sol*. Noi dobbiamo consigliare, non obbligare: ricordiamolo.


A: Ma a te... piace?

E: Almeno una volta da tutti gli scrittori e le scrittrici con cui ho collaborato ho ricevuto questa domanda. “Ma a te piace il mio romanzo?”. Ovvio che sì, altrimenti non ci lavorerei. Il punto è che anche se mi piace non è assolutamente detto che debba farmi impazzire o che ogni testo che edito debba essere superlativo o rientrare nel mio gusto. Se sono fortunata, su 10 testi che lavoro vado matta per 2. Gli altri sono tutti buoni testi a volte ottimi, ma per la mia scala di gusto non raggiungono il podio. Questo è bene che chi scrive lo sappia sempre: anche se non rientra nella mia top ten di gusto, il testo è buono. Sarebbe inutile mentire dicendo: wow è fantastico! È una presa in giro, è falsità. Ad esempio, il testo che stiamo editando nel laboratorio mi piace, eccome, ma non è il mio genere preferito. Eppure, è oggettivamente un testo con grande potenziale.

Questo però non deve condizionare il vostro lavoro, ovviamente: se sperate di editare solo testi che vi faranno impazzire devo deludervi: non sarà così. E a chi scrive: se sperato che l'editor debba per forza innamorarsi di ogni vostra parola, vi sbagliate. Logico, però, che debba per forza essere interessat* al vostro scritto. 


A: I concorsi letterari sono utili?

E: Sì, lo sono, per svariate ragioni. A parte i più conosciuti come Neri Pozza o l’Holden (validissimi, eh) ce ne sono molti altri ben organizzati che possono aiutare chi scrive a farsi conoscere. Se, ad esempio, l’autor* ha pubblicato in self può optare per i concorsi che accettano editi oppure optare per i racconti. È raro che chi scrive voglia far partecipare un inedito (a meno che non si tratti di premi importanti come i su citati) a un concorso perché pensa di “sprecare” il testo. E in effetti non ha tutti i torti: molte CE vogliono l’esclusiva. Ma si può proporre ai self e a chi ha più di un testo nel cassetto. 


A: Posso proporre una copertina o un’illustrazione alla Casa Editrice?

E: No. Già è tanto che proponiate il libro. Ogni CE ha un ufficio grafico o comunque una linea grafica da seguire. L’autor* non deve assolutamente proporre copertine o illustrazioni interne, almeno non al primo step, ovvero quando si scrive la mail per proporre il libro. Se poi verrà accettato e sottoscritto con un contratto di edizione, allora potrà provare a farlo, ma la scelta di marketing rimane a pieno carico dell’editore, compresa la scelta del titolo.


A: Nella sinossi devo scrivere il finale della storia?

E: Sì. Sempre. La sinossi non è un testo pubblicitario o un racconto del mistero, ma un documento preciso che serve all’editore per capire se il libro è appetibile per la propria CE. È il primo documento che leggerà, quindi è essenziale che ci siano tutte le informazioni necessarie a capire se quel romanzo fa o no al caso del catalogo. L’autor* spesso teme di spoilerare: be’, è ciò che dovrebbe accadere! L’editore deve sapere cosa sta “acquistando”. Nel documento di presentazione, invece, che a volte viene richiesto, potrà spaziare un po’ di più con ragionamenti e parallelismi misteriosi, ma nella sinossi no. 

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Avete delle domande più specifiche? 

Scrivetemi rispondendo a questa mail, cercherò di rispondere nelle prossime newsletter. 

 

A presto!

Gloria